Estratto dal mio libro “Intelligenza artificiale per il lavoro, l’impresa e la scuola2
Una guida operativa con esempi strutturati di domande per professionisti, tecnici, manager, docenti, studenti, creativi, imprese, agricoltori e ambiti famigliari”.
Esiste la posizione di chi sceglie consapevolmente di non utilizzare l’intelligenza artificiale. Questa scelta, in sé, è legittima e rispettabile se nasce da una decisione informata e libera. È paragonabile a quella del monaco che, conoscendo il mondo, decide di allontanarsene, chiudendosi in un monastero per dedicare la propria vita alla preghiera e alla contemplazione. In quel caso, la rinuncia non è una fuga, ma un atto di coerenza con una visione precisa dell’esistenza.
Diversa è la situazione quando il rifiuto dell’IA nasce dalla paura, dalla diffidenza non argomentata o dall’ignoranza delle sue reali possibilità e dei suoi limiti. In questo caso, non si tratta di una scelta, ma di una rinuncia subita, che rischia di trasformarsi in isolamento culturale e professionale. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale diventa progressivamente uno strumento diffuso, non comprenderla significa rinunciare a una parte del linguaggio con cui la società comunica, lavora e produce conoscenza.
Scegliere di non usare l’IA è quindi accettabile solo se preceduto dalla comprensione. Conoscerla, provarla, valutarla criticamente è il prerequisito minimo per decidere se e come escluderla dal proprio percorso. Ogni altra forma di rifiuto non è una posizione etica, ma una fragilità mascherata da principio.
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