Pubblicato il mio ultimo articolo sul mensile svizzero TICINO MANAGEMENT in cui intervengo sull’incredibile chiacchiericcio sull’intelligenza artificiale mentre non leggo alcun approfondimento su cosa sia l’intelligenza naturale.
Concludo l’articolo
affermando come “Il vero compito non è chiedersi ogni mattina se l’IA salverà o
distruggerà il mondo, il compito vero è studiarla, comprenderla, usarla bene,
regolarla con competenza e inserirla dentro un progetto umano, culturale,
scientifico ed economico degno di questo nome.
L’intelligenza
artificiale, alla fine, ci obbliga a fare una domanda che non riguarda le
macchine, ma riguarda noi: che cosa vogliamo fare della nostra intelligenza
naturale?”
DOPO LE IMMAGINI TESTO ORIGINALE TRADUCIBILE
TESTO ORIGINALE TRADUCIBILE CLICCANDO LA LINGUA SCELTA A DESTRA
E L’UMANA
INTELLIGENZA?
Di intelligenza artificiale molti parlano, ma in pochi ricordano e ancora meno riflettono. Rifuggendo ogni sensationalismo, si dovrebbe invece partire dal definire l'intelligenza naturale.
Da autore,
imprenditore tecnologico e utilizzatore dell’intelligenza artificiale, seguo
questo tema da diversi decenni ed osservo con sorpresa il modo in cui oggi il
dibattito pubblico sull’IA veng spesso presentato come se fosse nato
improvvisamente con ChatGPT
Si ripetono domande
apparentemente nuove: l’IA supererà l’uomo, distruggerà il lavoro, ha una
coscienza, deve essere regolata, ecc. ecc. Sono domande legittime, ma molte di
esse sono discusse da decenni.
L’espressione “artificial
intelligence” nasce formalmente nel 1956 al Dartmouth College, quando un
gruppo di scienziati si riunì per discutere la possibilità che molti aspetti
dell’intelligenza potessero essere descritti con precisione sufficiente da
essere simulati da una macchina. Tra i protagonisti vi furono nomi famosi
nell’informatica come John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester, Claude
Shannon, Allen Newell, Herbert Simon e Arthur Samuel.
Rileggendo quei
documenti colpisce l’audacia delle previsioni che prevedevano come in pochi
decenni i computer avrebbero potuto raggiungere, e forse superare, molte
capacità dell’intelligenza umana. Allora si parlava di macchine enormi,
primitive ed a valvole, infinitamente meno potenti di uno smartphone di oggi, eppure
già allora si discuteva di apprendimento, linguaggio, ragionamento, gioco,
traduzione automatica e simulazione del pensiero.
Sono passati quasi
settant’anni, i computer sono diventati miliardi di volte più potenti e
nonostante oggi si disponga di reti neurali, cloud computing, GPU,
supercomputer, big data e sistemi generativi, ma una cosa fondamentale non è
ancora accaduta: non abbiamo chiarito davvero che cosa sia l’intelligenza
umana.
Si parla di IA “più
intelligente dell’uomo”, ma raramente si definisce cosa si intenda per
intelligenza. Se parliamo di calcolo, memoria o riconoscimento statistico, le
macchine hanno già superato da tempo l’uomo in molti campi. Ma l’intelligenza
umana è solo questo? Oppure include coscienza, intenzionalità, giudizio morale,
esperienza vissuta, libero arbitrio, creatività autentica e capacità di dare
senso al mondo?
Si discute su domande come
fossero nuove senza sapere che sono già state poste molte volte nel passato.
Nel 2006, cinquant’anni dopo Dartmouth, la conferenza “AI@50, The Dartmouth
Artificial Intelligence Conference: The Next Fifty Years” rifletteva
proprio sui problemi aperti dell’IA: come apprendimento, linguaggio, coscienza,
autonomia, limiti dei modelli, rapporto tra simboli e dati, relazione tra
intelligenza artificiale e intelligenza umana. Oggi molti politici,
commentatori e manager trattano questi argomenti come fossero nuovi, mentre
dovrebbero sapere che il progresso tecnologico non deve cancellare la memoria
storica ma, caso mai, renderla più attuale aggiornandola, non reinventandosi la
storia stessa.
Incredibile è poi la
richiesta di una regolazione alcuni vedono come un freno all’innovazione,
mentre altri invocano divieti generici e panico morale. Entrambe le posizioni
sono semplicemente ingenue. Ogni tecnologia importante viene regolata: aerei,
farmaci, automobili, banche, telecomunicazioni, dispositivi medici, perché mai
l’intelligenza artificiale dovrebbe fare eccezione? Regolare però, non
significa bloccare, ma stabilire responsabilità, trasparenza, sicurezza, limiti
d’uso e tutela dei cittadini. In poche parole il problema non è se regolare
l’IA, ma come regolarla senza ignoranza tecnica.
Attualmente e spesso
si tratta l’IA come una creatura autonoma affermando “l’IA decide”, “l’IA
vuole”, “l’IA ci sostituirà”. Ma l’intelligenza artificiale è costruita da
uomini, addestrata su dati prodotti da uomini, gestita da aziende, finanziata
da capitali, usata da governi e inserita in mercati. Quando un algoritmo
discrimina o produce disinformazione, dietro ci sono scelte progettuali, dati,
obiettivi, piattaforme e responsabilità umane ed attribuirle alla macchina può
diventare un modo comodo per assolvere gli uomini.
L’IA non va pensata
come fosse una magia, i modelli generativi sono impressionanti, ma sotto la
loro apparenza non c’è un oracolo, ma ci sono matematica, statistica, calcolo
distribuito, dati, reti neurali, ottimizzazione e hardware specializzato. L’IA
è una straordinaria evoluzione dell’informatica, non una manifestazione
soprannaturale sorta per caso!
Temere l’IA oggi per
quanto farà nel futuro è ridicolo, significa trascurare il presente perdendo
tempo a parlare di superintelligenza, coscienza artificiale e macchine fuori
controllo da fantascienza! È molto meglio discutere dei rischi oggi che sono
quelli di sempre e che riguardano l’eccessiva concentrazione del potere
tecnologico, della dipendenza dell’IA da poche piattaforme, dell’uso militare, della
manipolazione dell’informazione, della sorveglianza, del plagio, dell’opacità
decisionale e soprattutto della perdita di competenze e uso irresponsabile
nella scuola, nella medicina, nella giustizia e nel lavoro.
Va ricordato che ogni
rivoluzione tecnologica è immancabilmente anche culturale ed infatti l’IA ci
obbliga a chiederci che cosa siano lavoro, creatività, conoscenza,
autorevolezza ed educazione. Se una macchina può scrivere un testo plausibile,
generare immagini o assistere un medico, dobbiamo ridefinire il valore del
pensiero umano, della competenza e della responsabilità in un ambiente in cui
l’IA opera e continuerà ad operare ineluttabilmente.
La discussione
sull’intelligenza artificiale avrebbe dunque bisogno di meno sensazionalismo e
di più memoria storica. Dal 1956 a oggi l’IA ha attraversato entusiasmi,
fallimenti, rinascite, promesse, delusioni e successi reali. Non siamo davanti
a un fulmine a ciel sereno, ma al naturale, potentissimo sviluppo
dell’informatica, della matematica, dell’elettronica e della disponibilità
globale di dati.
Proprio perché l’IA è
importante, dobbiamo parlarne seriamente: non come moda, minaccia mitologica,
bacchetta magica o giocattolo commerciale, ma come tecnologia storica, potente,
umana, imperfetta, regolabile e responsabilizzante.
Il vero compito non è
chiedersi ogni mattina se l’IA salverà o distruggerà il mondo, il compito vero
è studiarla, comprenderla, usarla bene, regolarla con competenza e inserirla
dentro un progetto umano, culturale, scientifico ed economico degno di questo
nome.
L’intelligenza
artificiale, alla fine, ci obbliga a fare una domanda che non riguarda le
macchine, ma riguarda noi: che cosa vogliamo fare della nostra intelligenza
naturale?


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