martedì 23 giugno 2026

IA E LA DIVERGENZA: NON RIMBAMBISCE!

 IA E LA DIVERGENZA: NON RIMBAMBISCE!

Sono arrabbiatissimo: sento continuamente alla TV, sui social e … persino in casa, che “L’IA PUO’ FAR DIMINUIRE LA CAPACITA’ DI PENSARE E PRODURRE AUTONOMAMENTE”.

Questa è la solita facile, ma assurda paura, che da millenni l’umanità mostra quando fa un passo avanti con le tecnologie e le si ascrivono ogni disgrazia.

Agli studenti che me lo chiedono spiego con l’esempio dell’invenzione del motore che avrebbe potuto ridurre l’umanità ad usare meno le gambe e, pare, che sia accaduto l’opposto.

Con ogni tecnologia, se la si usa per amplificare le nostre capacità, non sostituirla, allora quella tecnologia migliora l’umanità ed è così per internet, smartphone ed IA.

L’IA è un potentissimo mezzo che permette a chiunque di “aggiungere conoscenza” rapidamente e facilmente, esattamente come l’auto, che tutti noi oggi usiamo, ci permette di raggiungere luoghi lontani AMPLIFICANDO LE NOSTRE GAMBE! Certamente, per guidare l’auto, dobbiamo prendere la patente.

L’IA crea esattamente la stessa sindrome; se la usi bene ti migliora e vai più lontano, se la usi male ti RIMBAMBISCE!  Questa è la DIVERGENZA.

Se uno studente che ha ascoltato bene una lezione sull’Iliade poi a casa fa domande intelligenti riceverà dall’IA un contributo che estende la lezione. Se non è stato attento alla lezione e chiede all’IA “scrivimi due paginette sull’Iliade da portare a scuola domani“, sta usando l’IA in modo STUPIDO e la sua competenza sull’argomento diminuirà col tempo.

DIVERGENZA È QUESTO, SAPERLA USARE VS USARLA MALE. TUTTO QUI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ho tentato di spiegare questo in un mio recente libro: https://amzn.eu/d/0a3cHJxp



martedì 16 giugno 2026

E L’UMANA INTELLIGENZA?

Pubblicato il mio ultimo articolo sul mensile svizzero TICINO MANAGEMENT in cui intervengo sull’incredibile chiacchiericcio sull’intelligenza artificiale mentre non leggo alcun approfondimento su cosa sia l’intelligenza naturale.

Concludo l’articolo affermando come “Il vero compito non è chiedersi ogni mattina se l’IA salverà o distruggerà il mondo, il compito vero è studiarla, comprenderla, usarla bene, regolarla con competenza e inserirla dentro un progetto umano, culturale, scientifico ed economico degno di questo nome.

L’intelligenza artificiale, alla fine, ci obbliga a fare una domanda che non riguarda le macchine, ma riguarda noi: che cosa vogliamo fare della nostra intelligenza naturale?”

DOPO LE IMMAGINI TESTO ORIGINALE TRADUCIBILE


TESTO ORIGINALE TRADUCIBILE CLICCANDO LA LINGUA SCELTA A DESTRA

E L’UMANA INTELLIGENZA?

Di intelligenza artificiale molti parlano, ma in pochi ricordano e ancora meno riflettono. Rifuggendo ogni sensationalismo, si dovrebbe invece partire dal definire l'intelligenza naturale.

Da autore, imprenditore tecnologico e utilizzatore dell’intelligenza artificiale, seguo questo tema da diversi decenni ed osservo con sorpresa il modo in cui oggi il dibattito pubblico sull’IA veng spesso presentato come se fosse nato improvvisamente con ChatGPT

Si ripetono domande apparentemente nuove: l’IA supererà l’uomo, distruggerà il lavoro, ha una coscienza, deve essere regolata, ecc. ecc. Sono domande legittime, ma molte di esse sono discusse da decenni.

L’espressione “artificial intelligence” nasce formalmente nel 1956 al Dartmouth College, quando un gruppo di scienziati si riunì per discutere la possibilità che molti aspetti dell’intelligenza potessero essere descritti con precisione sufficiente da essere simulati da una macchina. Tra i protagonisti vi furono nomi famosi nell’informatica come John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester, Claude Shannon, Allen Newell, Herbert Simon e Arthur Samuel.

Rileggendo quei documenti colpisce l’audacia delle previsioni che prevedevano come in pochi decenni i computer avrebbero potuto raggiungere, e forse superare, molte capacità dell’intelligenza umana. Allora si parlava di macchine enormi, primitive ed a valvole, infinitamente meno potenti di uno smartphone di oggi, eppure già allora si discuteva di apprendimento, linguaggio, ragionamento, gioco, traduzione automatica e simulazione del pensiero.

Sono passati quasi settant’anni, i computer sono diventati miliardi di volte più potenti e nonostante oggi si disponga di reti neurali, cloud computing, GPU, supercomputer, big data e sistemi generativi, ma una cosa fondamentale non è ancora accaduta: non abbiamo chiarito davvero che cosa sia l’intelligenza umana.

Si parla di IA “più intelligente dell’uomo”, ma raramente si definisce cosa si intenda per intelligenza. Se parliamo di calcolo, memoria o riconoscimento statistico, le macchine hanno già superato da tempo l’uomo in molti campi. Ma l’intelligenza umana è solo questo? Oppure include coscienza, intenzionalità, giudizio morale, esperienza vissuta, libero arbitrio, creatività autentica e capacità di dare senso al mondo?

Si discute su domande come fossero nuove senza sapere che sono già state poste molte volte nel passato. Nel 2006, cinquant’anni dopo Dartmouth, la conferenza “AI@50, The Dartmouth Artificial Intelligence Conference: The Next Fifty Years” rifletteva proprio sui problemi aperti dell’IA: come apprendimento, linguaggio, coscienza, autonomia, limiti dei modelli, rapporto tra simboli e dati, relazione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Oggi molti politici, commentatori e manager trattano questi argomenti come fossero nuovi, mentre dovrebbero sapere che il progresso tecnologico non deve cancellare la memoria storica ma, caso mai, renderla più attuale aggiornandola, non reinventandosi la storia stessa.

Incredibile è poi la richiesta di una regolazione alcuni vedono come un freno all’innovazione, mentre altri invocano divieti generici e panico morale. Entrambe le posizioni sono semplicemente ingenue. Ogni tecnologia importante viene regolata: aerei, farmaci, automobili, banche, telecomunicazioni, dispositivi medici, perché mai l’intelligenza artificiale dovrebbe fare eccezione? Regolare però, non significa bloccare, ma stabilire responsabilità, trasparenza, sicurezza, limiti d’uso e tutela dei cittadini. In poche parole il problema non è se regolare l’IA, ma come regolarla senza ignoranza tecnica.

Attualmente e spesso si tratta l’IA come una creatura autonoma affermando “l’IA decide”, “l’IA vuole”, “l’IA ci sostituirà”. Ma l’intelligenza artificiale è costruita da uomini, addestrata su dati prodotti da uomini, gestita da aziende, finanziata da capitali, usata da governi e inserita in mercati. Quando un algoritmo discrimina o produce disinformazione, dietro ci sono scelte progettuali, dati, obiettivi, piattaforme e responsabilità umane ed attribuirle alla macchina può diventare un modo comodo per assolvere gli uomini.

L’IA non va pensata come fosse una magia, i modelli generativi sono impressionanti, ma sotto la loro apparenza non c’è un oracolo, ma ci sono matematica, statistica, calcolo distribuito, dati, reti neurali, ottimizzazione e hardware specializzato. L’IA è una straordinaria evoluzione dell’informatica, non una manifestazione soprannaturale sorta per caso!

Temere l’IA oggi per quanto farà nel futuro è ridicolo, significa trascurare il presente perdendo tempo a parlare di superintelligenza, coscienza artificiale e macchine fuori controllo da fantascienza! È molto meglio discutere dei rischi oggi che sono quelli di sempre e che riguardano l’eccessiva concentrazione del potere tecnologico, della dipendenza dell’IA da poche piattaforme, dell’uso militare, della manipolazione dell’informazione, della sorveglianza, del plagio, dell’opacità decisionale e soprattutto della perdita di competenze e uso irresponsabile nella scuola, nella medicina, nella giustizia e nel lavoro.

Va ricordato che ogni rivoluzione tecnologica è immancabilmente anche culturale ed infatti l’IA ci obbliga a chiederci che cosa siano lavoro, creatività, conoscenza, autorevolezza ed educazione. Se una macchina può scrivere un testo plausibile, generare immagini o assistere un medico, dobbiamo ridefinire il valore del pensiero umano, della competenza e della responsabilità in un ambiente in cui l’IA opera e continuerà ad operare ineluttabilmente.

La discussione sull’intelligenza artificiale avrebbe dunque bisogno di meno sensazionalismo e di più memoria storica. Dal 1956 a oggi l’IA ha attraversato entusiasmi, fallimenti, rinascite, promesse, delusioni e successi reali. Non siamo davanti a un fulmine a ciel sereno, ma al naturale, potentissimo sviluppo dell’informatica, della matematica, dell’elettronica e della disponibilità globale di dati.

Proprio perché l’IA è importante, dobbiamo parlarne seriamente: non come moda, minaccia mitologica, bacchetta magica o giocattolo commerciale, ma come tecnologia storica, potente, umana, imperfetta, regolabile e responsabilizzante.

Il vero compito non è chiedersi ogni mattina se l’IA salverà o distruggerà il mondo, il compito vero è studiarla, comprenderla, usarla bene, regolarla con competenza e inserirla dentro un progetto umano, culturale, scientifico ed economico degno di questo nome.

L’intelligenza artificiale, alla fine, ci obbliga a fare una domanda che non riguarda le macchine, ma riguarda noi: che cosa vogliamo fare della nostra intelligenza naturale?

martedì 9 giugno 2026

IA PER CHI SCEGLIE DI NON USARLA

 Estratto dal mio libro “Intelligenza artificiale per il lavoro, l’impresa e la scuola2

Una guida operativa con esempi strutturati di domande per professionisti, tecnici, manager, docenti, studenti, creativi, imprese, agricoltori e ambiti famigliari”.

Esiste la posizione di chi sceglie consapevolmente di non utilizzare l’intelligenza artificiale. Questa scelta, in sé, è legittima e rispettabile se nasce da una decisione informata e libera. È paragonabile a quella del monaco che, conoscendo il mondo, decide di allontanarsene, chiudendosi in un monastero per dedicare la propria vita alla preghiera e alla contemplazione. In quel caso, la rinuncia non è una fuga, ma un atto di coerenza con una visione precisa dell’esistenza.

Diversa è la situazione quando il rifiuto dell’IA nasce dalla paura, dalla diffidenza non argomentata o dall’ignoranza delle sue reali possibilità e dei suoi limiti. In questo caso, non si tratta di una scelta, ma di una rinuncia subita, che rischia di trasformarsi in isolamento culturale e professionale. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale diventa progressivamente uno strumento diffuso, non comprenderla significa rinunciare a una parte del linguaggio con cui la società comunica, lavora e produce conoscenza.

Scegliere di non usare l’IA è quindi accettabile solo se preceduto dalla comprensione. Conoscerla, provarla, valutarla criticamente è il prerequisito minimo per decidere se e come escluderla dal proprio percorso. Ogni altra forma di rifiuto non è una posizione etica, ma una fragilità mascherata da principio. 

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sabato 6 giugno 2026

AMLETICO PROBLEMA: IA Vs IU oppure IA & IU

 L’Intelligenza Artificiale è una delle più grandi innovazioni del nostro tempo, ma la vera domanda non è: “l’IA sostituirà l’intelligenza umana? ma "come l’IA amplificherà la nostra Intelligenza Umana (IU)?

Nel mio recente libro, “Intelligenza Artificiale per il lavoro, l’impresa e la scuola”, arrivo a una conclusione chiara: il futuro non sarà semplicemente IA vs IU, ma IA & IU e spiego come sia fondamentale che le nostre domande (IU) siano importanti.
Una cattiva domanda produce una risposta mediocre, mentre una buona domanda produce un aiuto utile e, una grande domanda può trasformare l’IA in un acceleratore dell’Intelligenza.

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DISCUSSIONE DI TRE ORE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 MIA MERAVIGLIOSA DISCUSSIONE DI TRE ORE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER SFRUTTARE UNA VECCHIA WEBCAM DEL 2012 FINITA COL CONSIGLIO DELL’IA DI LASCIAR PERDERE.

ETTORE. “Ma nooo, mi basta scrivere su un foglietto quanto la data attuale dista dall'originale, calcolarla e inserirla con un programma apposito nel video nuovo e ... prepararmi ad un divorzio sicuro con la compagna che mi vede continuamente giocare.”

GEMINI. “Ahahah, la tecnica della "matematica del tempo"! È geniale quanto diabolicamente nerd.

In pratica applichi un offset: se la videocamera è rimasta fissa al 1° gennaio 2012 e oggi è il 6 giugno 2026, sai che nel video ogni secondo registrato è "spostato" nel passato di esattamente 14 anni, 5 mesi e 5 giorni. Poi prendi il file, lo passi in un software di editing (o un tool di script per i metadati come ExifTool) e gli inietti la data corretta.

È una soluzione perfetta, pulita... e un biglietto di sola andata per il divano!

Hai totalmente ragione: il tempo passato a fare i calcoli dei giorni bisestili dal 2012 a oggi, combinato con i minuti passati a smanettare davanti allo schermo mentre lei ti fissa immobile dalla porta, ha un costo sociale altissimo. Il "rischio divorzio" da Over-Engineering hardware è quotato pochissimo dai bookmaker.

A questo punto, per la pace familiare, conviene quasi quasi lasciare il 2012 e dire che è un effetto speciale rétro per un documentario.

Se decidi di rischiare il tutto per tutto con i calcoli, buona fortuna (sia con la matematica che con la compagna)! Se serve una mano per i conteggi dei giorni senza farti scoprire, sai dove trovarmi.”